Psicologia

Febbraio, tempo di pagelle.
Le pagelle sono attesissime sia dai bambini e ragazzi sia dai genitori, ma spesso altrettanto temute, soprattutto
quando sono in gioco fatiche emotive e difficoltà di apprendimento.
La nostra società, ancor oggi tende a valorizzare un modello “dis-educativo” che considera lo studio come
un’attività volta all’acquisizione di un voto espresso in numeri, quando invece l’esperienza di apprendere potrebbe e
dovrebbe essere per i nostri ragazzi

un’occasione di crescita non solo culturale, ma anche personale.
Ricevere un brutto voto, vederlo nero su bianco, è un’esperienza scoraggiante che spesso mina non solo l’autostima
dei ragazzi, ma sgretola di conseguenza anche il rapporto di fiducia e collaborazione instauratosi tra alunni,
famiglia e scuola.

 

L’errore più comune ed il più dannoso è proprio quello di estendere il vissuto di una insufficienza scolastica anche
alla vita privata, nelle relazioni tra pari, nei rapporti coi genitori, nello sport e negli hobby, fino alla persona,
considerando il voto come giudizio personale sul proprio valore e non più circoscritto in ambito scolastico.

“ Se prendo 4, valgo 4!”

No, non è così! Non siamo i voti che prendiamo, siamo molto di più!
La vita scolastica è fatta di giudizi. Giusto, ma il giudizio di uno, o di pochi, non è indice di ciò che siamo

.
Quali sono quindi gli aspetti che possono favorire nei ragazzi una positiva propensione allo studio, per il
raggiungimento di obiettivi posti e dei propri sogni?

 Avere un dialogo aperto e onesto , da parte dei genitori sulle aspettative e difficoltà dei propri figli;
 Favorire una collaborazione costruttiva con gli insegnanti;
 “Rileggere” le disavventure scolastiche degli alunni come esito di inadeguati metodi di studio;
 Motivare ed incuriosire promuovendo una didattica esperenziale;

Dietro ogni alunno c’è la propria storia, la propria personalità, il proprio stile di apprendimento e le proprie
potenzialità che vanno ben oltre un semplice voto.

Dott.ssa Antonella Greco TUTOR DSA

Organizzare un viaggio. Saper stare nella società e nei diversi contesti. Pianificare la strada più breve per tornare a casa.

Attività che svolgiamo quotidianamente, senza prestarci particolare attenzione: queste sono le Funzioni Esecutive.

Si tratta di capacità cognitive che rendono un individuo in grado di eseguire un comportamento finalizzato e adattivo. Più in generale, sono quei processi alla base del problem solving.

Esistono due tipi di Funzioni Esecutive: fredde e calde.

Le prime implicate nella trasformazione delle informazioni, più complesse e quindi più lente. Parliamo di memoria di lavoro, inibizione, pianificazione e flessibilità.

Le seconde riguardano il controllo emotivo e comportamentale, più semplici e quindi più rapide.
Secondo i ricercatori i comportamenti reattivi, aggressivi, dipenderebbero da una incapacità di controllare gli impulsi e sarebbero correlati a una carenza di funzioni esecutive.

L’importanza delle Funzioni Esecutive è testimoniata da molte ricerche.

Si è visto che il loro funzionamento aiuta a predire in età scolare le capacità matematiche e letterarie, a prescindere dal QI (Holmes et al 2008; St Clair- Thompson et al, 2006; Garthercole eAlloway, 2008; Blair e Razza, 2007; Bull e Scerif, 2001).
Numerose ricerche hanno dimostrato l’associazione tra DSA e difficoltà nelle funzioni esecutive.
Anche nel caso dell’ADHD si tende a ridurre il problema a disattenzione e/o iperattività quando si sa da tempo che spesso questi
bambini manifestano deficit nelle funzioni esecutive.
A tal proposito, sono stati messi a punto diversi protocolli che mirano al potenziamento delle Funzioni Esecutive e sono sempre più numerose le ricerche che ne attestano l’efficacia in molti contesti, tra cui quello scolastico.

Dott.ssa Agnese Maddalena Marta Melaranci
Psicologa- Tutor DSA

UNA LODE AL GIORNO…

Una lode al giorno…per fortificare l’autostima in maniera efficace. Questo potrebbe essere il nuovo slogan per quanto riguarda l’educazione dei nostri figli. Infatti mentre i genitori del passato tendevano a lodare poco i loro bambini, convinti che tale atteggiamento potesse essere contro producente per un sano sviluppo, quello a cui assistiamo in questo momento storico è un atteggiamento completamente contrario che tende ad elogiare i bambini in maniera eccessiva. Anche questo però può rivelarsi un comportamento inadeguato e poco efficace in quanto i più recenti studi stanno dimostrando che anche la lode, se fatta in modo sbagliato, può risultare dannosa.

Il bisogno di un figlio di essere elogiato e ricevere l’approvazione da parte degli adulti è un bisogno fondamentale che rappresenta la certezza di avere un prezioso sostegno emotivo da parte delle figure di riferimento. Quindi non bisogna smettere di farlo, ma di imparare a farlo nel giusto modo. I bambini lodati a dismisura potrebbero sviluppare un disturbo narcisistico di personalità che porta la persona ad una profonda insicurezza verso se stessa e le proprie capacità in quanto la loro autostima è dipendente dall’altro. L’obiettivo finale è invece renderli orgogliosi e capaci d’imparare dai loro errori e di avere una solida autostima interna piuttosto che esterna. Amarsi maggiormente per ciò che sono piuttosto che per ciò che fanno.

Accettare anche le imperfezioni

Compito dei genitori dunque, è insegnare ai figli a riprendersi dai fallimenti, ad accettare le loro imperfezioni. Occorre fornire gli strumenti per gestire e tollerare le frustrazioni legate agli insuccessi, che nella vita sono inevitabili, rassicurandoli e mostrandoci sempre disponibili sul piano affettivo, offrendo loro tutto il nostro sostegno. Questa capacità prende il nome di resilienza.

Cos’è la resilienza?

Tale concetto deriva dal mondo della scienza dei materiali, nel quale indica la capacità di un corpo di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi. Per analogia, in psicologia, indica la capacità di una persona di resistere alle difficoltà della vita senza farsi travolgere, la capacità di affrontare situazioni problematiche e complesse senza poi sentirsi stressati ed esauriti, bensì rinforzati e migliorati. Questa si apprende con l’esperienza. E’ necessario iniziare con il diventare consapevoli dei propri limiti e delle proprie potenzialità, per poi imparare ad utilizzare le seconde a sostegno dei primi. Serve accettare le sfide e, quindi, essere disponibili a mettersi in gioco e fronteggiare le difficoltà con positività. Per fare questo è necessario che i genitori pongano maggiore attenzione al processo piuttosto che al risultato raggiunto. Rivolgere il complimento al duro lavoro, alla pratica, alla fatica fatta. Elogiando la perseveranza e la dedizione piuttosto che la capacità. Per questo dire solo o troppo “sei un genio, il miglior calciatore o bravissimo a disegnare” può influenzarlo negativamente facendolo arrivare alla conclusione che, dato che possiede già queste ottime doti, non ha bisogno di sforzarsi troppo. Potrebbero subentrare inoltre la paure di deludere le aspettative dei genitori e portarli ad evitare le situazioni rischiose o ambivalenti, potrebbero altresì rivelarsi limitanti quando, non volendo, i genitori dirigono troppo l’attenzione dei loro figli su queste capacità facendogli erroneamente pensare di essere solo questo, limitando i loro interessi e la visione di loro stessi. Nella vita, ogni tipo di traguardo è una sfida e richiede impegno, quindi meglio elogiare i bambini per le qualità che possono controllare (come l’impegno appunto), affinché considerino le nuove sfide come opportunità per imparare e crescere, nella convinzione che si possa sempre migliorare. Il bimbo o la bimba che si sente continuamente dire ‘come sei brava’ o ‘come sei intelligente’, può perdere il senso della realtà, pensare di riuscire sempre bene in tutto e, di conseguenza, manifestare difficoltà ad accettare gli errori, da cui invece si impara o addirittura potrebbe sentirsi inadeguata quando non riceve il complimento atteso. Le lodi insomma dovrebbero essere “benzina” che motiva ed incentiva al raggiungimento di un obiettivo mentre quello che a volte accade è che diventano fonte di ansia.

Gli elogi…

Gli elogi sono importanti ma vanno motivati e devono essere specifici cosi come i rimproveri che devono essere mirati al comportamento e mai sulla persona per esempio, è meglio non dire al proprio figlio “sei cattivo”, ma “hai fatto una cosa sbagliata’ e spiegargli il perché. È bene quindi sottolineare l’impegno che ha permesso di raggiungere la meta e non solo il risultato, perché altrimenti si rischia di demotivarli, attribuendo il successo a una caratteristica intrinseca, per esempio l’intelligenza, più che alla caparbietà e alla perseveranza. In conclusione quello che è importante è che i bambini si sentano amati a prescindere dai successi o dagli insuccessi. Solo in questo modo cresceremo persone forti e indipendenti dal giudizio degli altri.

Dott.ssa Simona Di Giulio 

Psicologa, Counselor pluralistico integrato

COS’E’ LA PAURA?

 

La paura è un’emozione potente e utile. E’ la normale risposta ad una minaccia. E’ stata selezionata per permettere di prevenire i pericoli ed è quindi funzionale ad evitarli. La sua funzione è adattiva, come per tutte le emozioni, ed ha permesso l’evoluzione della specie. Permette di valutare il pericolo, di attivare un comportamento, di comunicare con gli altri membri della propria specie, di adattarsi all’ambiente, nel migliore modo possibile.

Le emozioni negative sono particolarmente utili proprio perché si presentano di fronte ad un pericolo, una minaccia, e ci fanno attivare immediatamente per sopravvivere. In questo momento storico è grazie alla sana paura che stiamo adottando nuove abitudini come ad esempio, lavarci accuratamente le mani per evitare il contagio.

QUANDO LA PAURA NON E’ UTILE

 

Nella situazione attuale la paura spesso però, diventa angoscia, panico e finisce per danneggiarci. In assenza di informazioni certe, con il cambiamento repentino della nostra quotidianità, i progetti messi in stand by, la preoccupazione per la nostra salute e quella dei nostri cari, l’isolamento o al contrario la forzata convivenza, la mente è portata a rimuginare in continuazione. Questi pensieri producono angoscia e siamo portati a reagire. Questa reazione però è spinta da pensieri catastrofici e negativi sul futuro. Perdiamo il contatto con il soggetto del pericolo, rischiando di ingigantirlo, di trasformarlo in qualcosa di irreale e incontrollabile. La paura che si trasforma in ansia, in questi casi è disadattiva, facendoci agire impulsivamente senza riflettere e facendoci fare gesti sconsiderati come la cronaca quotidiana ci sta raccontando: persone positive che fuggono in un’altra regione, situazioni di violenza e pestaggi. Mentre la paura è il frutto di un ragionamento logico, l’acting out è impulsività e non ha piena aderenza alla realtà.

Rispondere in maniera logica ad una domanda probabilistica come quella del futuro, scatena un circolo vizioso con un grande dispendio di energie. Il fatto è che il futuro non è prevedibile e cercare di rispondere in questi casi non fa altro che alimentare i nostri dubbi invece di risolverli. Diceva Kant che non esistono risposte intelligenti a domande stupide. Per questo motivo in questi casi è utile bloccare le risposte. Solo così possiamo evitare di entrare nel loop dei nostri pensieri catastrofici. Questi pensieri continui apparentemente sono orientati alla soluzione ma si riducono solo a pensieri soffocanti che paralizzano l’azione e amplificano le emozioni negative. La persona si ritrova a ad organizzare qualsiasi percezione e informazione mediante il filtro e la lente deformante della paura.

Questa ruminazione mentale è considerata una strategia di evitamento emozionale. Questo è uno stile cognitivo che porta ad un alto rischio di sviluppare fenomeni depressivi. Questo continuo pensare e cercare di informarsi per mantenere il controllo, riduce temporaneamente l’intensità delle emozioni e fornisce momentaneamente sollievo, illusione della salvezza dalla paura. In realtà dobbiamo considerarlo un vero complicatore di problemi.

 

QUANDO I PENSIERI NEGATIVI SONO CONTINUI

 

Si crea un circolo vizioso di malessere fatto di apprensione, irrequietezza, palpitazioni, tremori, difficoltà a respirare normalmente. Se poi queste manifestazioni iniziano a presentarsi quotidianamente il sistema immunitario si indebolisce e il rischio di patologie aumenta (sia fisiche che psicologiche).

Per le emozioni vale lo stesso principio di “Archimede”: negare di avere paura equivale a ricevere una spinta dal basso verso l’alto pari alla forza che abbiamo impegnato per negarla. più la reprimiamo quindi e più le diamo forza, rischiando di farla diventare angoscia e terrore.

Una paura può essere affrontata, ma l’ansia, l’angoscia e le fobie hanno bisogno di essere “addomesticate”. Cercare di diventare consapevoli del nostro dialogo interno, dello stile cognitivo che utilizziamo può essere utile. E’ altresì funzionale avere un atteggiamento di ascolto e di accoglienza verso le nostre emozioni senza giudizio. E’ normale provarle, siamo esseri umani… Dopo averle accolte e riconosciute è importante lasciarle andare senza tentare di risolverle, controllarle o nasconderle.

E’ fondamentale trovare la capacità di innescare attivamente un equilibrio di fronte a questi eventi. La sana paura ci protegge e ci fa adottare soluzioni responsabili.

LA RESILIENZA COME RISORSA

 

In questi casi ci viene in soccorso la resilienza. La resilienza ha a che fare con l’abilità di un individuo a superare in modo efficace le situazioni avverse, di risollevarsi dopo una crisi, di rinascere dopo un trauma, adattandosi alle nuove circostanze. La resilienza non coincide con la resistenza. Essere resilienti non significa resistere a tutti i costi, senza farsi scalfire, ma essere flessibili, sapersi piegare senza spezzarsi, per poi rialzarsi.  Significa non rassegnarsi alla passività sentendoci in balia del destino. Cosa cambierebbe se provassimo a porci di fronte alla percezione del pericolo che la situazione ci sta facendo vivere non solo come una minaccia ma anche come una sfida?

COME AFFRONTARE LA PAURA DELL’INCERTO STRUTTURANDO LE NOSTRE GIORNATE

 

Tutto parte dalla nostra capacità di strutturare il tempo. Berne parlò dell’importanza della strutturazione del tempo della nostra vita come fonte principale di malessere o di benessere: mantenere dei sani rituali e passatempi, continuare a restare attivi, sono alla base del nostro sistema endorfinico e quindi del nostro benessere fisico, mentale ed emotivo. Quando si fa attività fisica, ad esempio, l’organismo produce una quantità di endorfine fino a cinque volte superiore rispetto a quando è a riposo. Le endorfine, conosciute anche come “ormoni della felicità”, sono una fonte di benessere per il corpo e per la mente.

E’ importante quindi in questo periodo di quarantena cercare di coltivare pensieri positivi, di distrarsi dalla problematica facendo attività piacevoli. Coltivare le relazioni sociali anche a distanza, leggere, fare sport, ballare e mantenere il più possibile una routine, avere un’alimentazione sana, non parlare solo di Coronavirus…

Lo stato di paura invece, fa rilasciare il cortisolo, che non a caso è chiamato l’ormone dello stress. In realtà il cortisolo è un’arma di difesa che il nostro organismo mette in atto. Il cortisone però, a seguito di uno stress prolungato, indebolisce alcuni anticorpi che provocano un’infiammazione. Quindi nel breve termine il rilascio di cortisolo è utile, ma a lungo andare ci fa entrare in una spirale che ci fa diventare più sensibili alle infezioni, sia esse di natura virale che batterica.

Alcune persone nascono con una capacità intrinseca di affrontare i cambiamenti e le emergenze e proprio in quei casi riescono a dare il meglio di sé ma la resilienza può essere appresa, basta modificare le nostre abitudini.

Un’altra capacità che ci caratterizza come persone resilienti è la capacità di chiedere aiuto se lo sentiamo necessario. Condividere alcune preoccupazioni e paure può essere utile, per vedere alcune situazioni in una nuova prospettiva e con la giusta distanza.

Se senti di vivere una situazione di particolare disagio puoi chiedere ai professionisti della nostra associazione una consulenza on line.

 

Dott.ssa Simona Di Giulio, Psicologa

ASSOCIAZIONE SCACCIAPENSIERI

cell. 379 1732221

mail. scacciapensieripavona@gmail.com

sito. assoscacciapensieri.altervista.org

 

 

 

 

Tutti noi siamo vittime di fattori di stress quali la mentalità consumistica, la pressione psicologica per aumentare il nostro rendimento, fattori che hanno anche, in forte misura, risvolti negativi nella vita familiare. Questa competività, vissuta da noi adulti, mette costantemente sotto pressione anche i bambini, ed alcune conseguenze di questi influssi fortemente negativi possono essere, disturbi del sonno, problemi scolastici, dalle paure irrazionali fino ai problemi di salute.

            Il professor Johann Heinrich Schultz, neurologo berlinese, ha elaborato la tecnica del Training Autogeno negli anni venti, definendola una “meditazione per gli occhi occidentali”. Il T.A. di Schultz può essere appreso come un percorso verso un miglioramento dello stato di coscienza da una qualunque persona psicologicamente sana. Offre una semplice possibilità, ovvero quella di attivare le potenzialità di guarigione presenti nella persona, grazie ad un rilassamento profondo del corpo e della mente indotto consapevolmente.   

Cos’è il Training Autogeno

            Training Autogeno letteralmente significa “allenamento autogenerato”. Per “allenamento” si intende l’apprendimento graduale di esercizi sistematici e ripetuti che, in questo caso, riguardano sia l’aspetto somatico (o fisico) sia quello psichico; per “auto generato”, dal greco autos= da sé, e genos = che si genera, intendiamo che questo tipo di allenamento ha la caratteristica  di generarsi da sé, senza quindi dover essere diretto da altri. Il pensiero autogeno (T.A.), maturato ai primi del ‘900 dagli studi sull’ipnosi di Bernheim e Charcot in Francia, ed elaborato dallo psichiatra tedesco J. Schultz intorno agli anni ’30, è essenzialmente una tecnica di rilassamento, utilizzata anche per curare i disturbi organici e psichici.

L’obiettivo di Schultz era quello di rendere il paziente meno vincolato alla dipendenza dal terapeuta e divenire lui stesso autore del proprio cambiamento e del proprio benessere, adattando così il metodo alle proprie esigenze.

I concetti principali su cui si basa il T.A sono due :  

1) La psiche agisce sul corpo. Un’immagine o un pensiero, espressi in formule verbali interne, inducono modificazioni somatiche reali e quantificabili.  

2) Lasciar accadere . L’atteggiamento psichico da assumere è quello della passività, ovvero rappresentarsi mentalmente le formule dell’esercizio,  e lasciare che esse agiscano autonomamente. Un atteggiamento attivo della volontà impedirebbe, sin dall’inizio, la corretta realizzazione degli esercizi stessi.

La tecnica di Schultz si basa su un lungo percorso: partendo da un rilassamento a livello muscolare si riesce, dopo un certo periodo di Training, ovvero di esercitazioni, ad intervenire positivamente sulla funzionalità muscolare, sull’attività cardiaca e polmonare, sul sistema neuro-vegetativo. La finalità è controllare e ripristinare il funzionamento di organi sui quali si scaricano le tensioni e i conflitti psichici.

La concentrazione passiva

            Gli esercizi del T.A. hanno lo scopo di farci raggiungere lo stato autogeno, vale a dire una condizione di passività assoluta, realizzata nell’indifferente contemplazione di quanto spontaneamente accade nel nostro organismo e nella nostra mente. E’ importante tener presente, come dice lo stesso Schultz, l’atteggiamento che si deve assumere è quello di una passiva e indifferente  concentrazione psichica.

Ci si allena all’incontro con se stessi, ad ascoltare ciò che nasce spontaneo, a non lasciarsi suggestionare né dagli altri né da se stessi, a non dare comandi al proprio essere psicofisico, a non avere aspettative, a non dare giudizi di valore alle risposte, ad accogliere con curiosità ogni risposta, ad accettare qualsiasi cosa accada quando; “lascio che accada”; ci si allena cioè ad essere una imparziale cinepresa puntata su se stessi. E’ la strada aperta verso l’inconscio.

Dobbiamo essere rilassati durante ogni esercizio, ed essere più passivi possibile per far si che le sensazioni che vogliamo provare si manifestino; viceversa, più le vogliamo provare, e più queste difficilmente si riveleranno.

Nelle associazioni libere lo stato di coscienza è di “veglia passiva”, e l’atteggiamento di fondo è “lascio che accada”: non si seguono le direttive della razionalità, ma si lascia che accada una associazione, data da collegamenti inconsci. Lo stato di coscienza, che si verifica in momenti molto brevi nelle associazioni libere, può, mediante un apposito allenamento, mantenersi a lungo permettendo così a lunghissime sequenze di “immagini” e di associazioni inconsce o sub-consce di emergere in perfetto stato di coscienza; è ciò che si ottiene con l’allenamento con il Training Autogeno, quando e’ appreso come veramente autogeno.

Dopo aver preso la posizione corretta per iniziare il T.A., si comincia a “guardare” mentalmente tutto il proprio corpo: concentrandosi su tutte le sue parti, cominciando dai muscoli dei piedi per arrivare alla testa (o viceversa), il tutto lentamente, fermandosi di più su quei muscoli che sembrano più tesi al fine di rilassarli, e ripetere il tutto “osservando” come questi si rilassano . Prima di concludere gli esercizi è importante evitare di svegliarsi di soprassalto, giacché in questo momento ci si trova con una bassa frequenza cardiaca,  come se si fosse in uno stato di “sonno”, pertanto non è gradevole svegliarsi rapidamente, così da evitare sensazioni fisiche spiacevoli.

La collaborazione

            Prima di iniziare con la terapia, è necessario accertarsi che l’individuo sia motivato e ben disposto verso il T.A. attraverso un’ accurata informazione concreta e oggettiva.

È importante ricordare che esistono diversi atteggiamenti verso questa terapia. Per esempio, ci sono persone che sono curiose di provarla, magari dopo le testimonianze di amici e conoscenti, pur, in realtà, non sapendo bene di cosa si tratta; oppure ci sono individui che trovano questo metodo troppo complicato, che non hanno tempo e quindi preferiscono prendere medicinali per combattere il disturbo. Si potrebbe, per questo, ricordare che spesso le persone vanno dal medico anche se non sempre hanno effettive patologie, ma lo cercano semplicemente come alibi per stare bene. Nel T.A. è indispensabile che il soggetto capisca di essere egli stesso artefice della propria guarigione, e non il medico, il quale, invece, ha solo la funzione di “guida”.

Le potenzialità e i limiti del metodo

      Il T.A. non è una tecnica onnipotente che risolve tutte le patologie psicosomatiche, ma una tecnica che ha un’efficacia come dei limiti.

La vita ci mette di fronte a frequenti stati di tensione che si possono cronicizzate, con il passare del tempo, in relativi disturbi fisici e psichici. Spesso, per esempio, è proprio lo stress di ogni giorno che scompensa i nostri organi interni (stomaco, cuore, polmoni, ecc..). Il Training Autogeno può facilitare l’autoregolazione dell’attività di questi organi migliorando lo stato di salute.

      Per molto tempo si è ritenuto che il Sistema Nervoso Autonomo (SNA) fosse fuori dal controllo delle persone, perché lontano dalla loro coscienza, ma il T.A. è la dimostrazione di come con l’esercizio noi possiamo intervenire anche sul Sistema Nervoso Autonomo e contribuire al mantenimento della nostra salute.

      Il Training Autogeno è molto utile, inoltre, per tutti coloro che desiderano equilibrare la propria personalità, avere una minore partecipazione emotiva agli eventi quotidiani della vita, conoscere se stessi, aumentare la propria concentrazione, prendendosi cura di sé  dal punto di vista psicofisico.

      Schultz, riporta che con il Training Autogeno si possono raggiungere:

1) Riposo: il T.A. puà sostituire in alcuni casi il sonno, consentendo un immediato e  profondo recupero di energie.

2) Autoinduzione alla calma: il T.A. fa acquisire un atteggiamento più tranquillo soprattutto di fronte a situazioni critiche, attenuando le reazioni emotive.

3) Autoregolazione delle funzioni corporee normalmente “involontarie”: il T.A. aiuta a regolare le funzioni vegetative come la circolazione sanguinia, il battito cardiaco, la respirazione o la digestione.

4) Miglioramento delle prestazioni psichiche (memoria, ricordi) e fisiche.

5) Eliminazione del dolore: il T.A. permette al dolore di non comparire o di presentarsi in forma attenuata.

6) Autocritica e autocontrollo (tramite l’introspezione): il T.A. aiuta a rinforzare i tratti della personalità come il coraggio e determinazione per affrontare più serenamente i problemi della vita che si presentano quotidianamente.

      UN AUMENTO DELLA CONSAPEVOLEZZA…

Il successo, come in ogni psicoterapia, dipende dalla collaborazione del paziente, dai suoi sforzi e dal suo impegno, ma soprattutto dalla sua vera motivazione ad apprendere questa tecnica. Il risultato finale del Training Autogeno non consiste nel sapere di più, o nel saper fare di più, ma nel saper essere in modo diverso. È infatti un metodo che consente alle persone di sperimentare nuovi processi psichici per sentirsi più consapevoli e padroni di sé.

      Esistono, tuttavia, delle situazioni nelle quali la tecnica di Schultz va applicata con cautela o addirittura sconsigliata. In alcuni casi, infatti, quando e’ presente una condizione che può invalidare l’azione del T.A., o interferire con una malattia già in atto, e’ opportuno cambiare e addirittura omettere un esercizio. Per esempio, se una persona soffre di emorroidi, potrebbe mal tollerare l’esercizio del calore, che come si sa influisce negativamente su questo particolare disturbo. Nel caso in cui, invece, una persona sia stata vittima di un grave trauma cranico, si deve evitare del tutto l’esercizio della fronte, e così via. Inoltre, come accennato prima, in alcune situazioni il T.A. non è solo sconsigliabile, ma addirittura improponibile: ciò vale nei casi di grave disturbo psichico in stato di scompenso o di ritardo mentale, per patologie mediche molto serie, come l’infarto del miocardio o l’ipertensione grave su base organica, non causata cioè da ansia e stress.

      Ulteriori casi che sconsigliano l’uso di questa terapia come per esempio per gli ipocondriaci in quanto essi tendono a cercare continuamente dei sintomi sul proprio corpo; ciò vale anche per gli ossessivi che elaborerebbero da subito i vari esercizi in maniera eccessivamente metodica e ripetitiva.

      Un’ ultima annotazione va fatta circa i cosiddetti soggetti “refrattari”, che, pur godendo di condizioni fisiche e psichiche buone, da garantire una buona riuscita del T.A., si allenano con svogliatezza,  poca costanza e  non raggiungendo così nessun risultato.

Dott.ssa Pamela Nicotra

Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

 

“Io prevedo che i neuroni specchio diventeranno per la psicologia ciò che il DNA è stato per la biologia”.

V.Ramachandran

 

La scoperta dei neuroni specchio nei lobi frontali delle scimmie e la loro rilevanza potenziale per l’evoluzione del cervello umano è la singola storia “non comunicata” più importante del decennio. Questa scoperta ha permesso di individuare un meccanismo neuronale che permette di unire direttamente la descrizione visiva dell’azione alla sua comprensione ed esecuzione.

Dove tutto è iniziato

Nel 1985 un team di ricercatori dell’Università di Parma diretto dall’ormai noto Giacomo Rizzolatti scopriva, nel macaco Nemestrino, una speciale classe di neuroni a livello dell’area F5 della corteccia premotoria.

Grazie a successivi studi condotti con l’utilizzo della TMS e fMRI, si è dimostrata l’esistenza di questa speciale classe di neuroni anche nell’uomo nella corteccia premotoria, nelle aree parietali inferiori, nel solco temporale superiore e nell’insula.

Cosa sono i neuroni specchio

Si tratta di uno specifico neurone che genera potenziali d’azione sia quando l’animale osserva qualcuno compiere una certa azione, sia quando l’animale esegue quella stessa azione.

Sono detti neuroni specchio perché, infatti, si attivano sia quando il soggetto compie l’azione sia quando la vede compiere in un altro.

Quando l’effetto specchio riguarda le emozioni

I neuroni specchio sono fondamentali nella vita quotidiana e ne proviamo l’esistenza ogni qualvolta che sperimentiamo sensazioni, percezioni ed emozioni che in realtà stiamo vedendo nell’altro. Vi sarà capitato guardando una persona che porta un carico pesante di immaginare anche voi quello sforzo o guardando una persona commuoversi, anche a voi sarà capitato di lasciarvi andare all’emozione.

Il riconoscimento degli stati emotivi altrui e l’attivazione dell’empatia, sembra poggiarsi su un sistema di circuiti neurali che condividono le proprietà specchio già rilevate nel caso della comprensione della azioni. È straordinario considerare che le stesse strutture cerebrali responsabili delle espressioni facciali corrispondenti ad un’emozione si attivano anche durante l’osservazione e imitazione delle emozioni primarie universalmente condivise.

Questo meccanismo specchio è quindi utile sì a comprendere le azioni e le emozioni altrui ma anche a percepire le intenzioni attraverso una modalità non cognitiva e “automatica”.

Grazie a questa speciale abilità si è in grado di apprendere l’ambiente circostante e i messaggi che lo stesso continuamente re-invia così da permettere l’attivazione di reazioni di collaborazione o competizione con l’altro.

DOTT.SSA GIORGIA TAMBURRI

PSICOLOGA, TUTOR DSA

Bibliografia

Arbib, M.A. (a cura di) (2006) Action to language via the Mirror neuron System, New York, Cambridge, University Press

Caruana F., Gallese V. (2011) Sentire, esprimere, comprendere le emozioni, una nuova prospettiva neuroscientifica, Sistemi Intelligenti, 2 /2011.

Gallese V. (2006) la molteplicità condivisa. Dai Neuroni mirror all’intersoggettività.

Rizzolatti Giacomo and Michael A. Arbib (1998) Language within our grasp, Trends in neurosciences, Vol.21, No 5.

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo”
(Anais nin)

All’interno di questo articolo voglio parlarti del concetto di autostima. Sicuramente è un argomento che avrai già sentito…ma ti sei mai fermato a pensare all’importanza di questo aspetto sulla tua vita? Sulle conseguenze e ripercussioni che scaturiscono dall’avere una bassa o alta autostima?

La tua vita può prendere forme completamente diverse a partire dalla tua autostima, quindi rappresenta un aspetto molto importante per la qualità della tua esistenza.

L’autostima influisce su molti aspetti, sulle tue relazioni, a lavoro o in famiglia, sul raggiungimento dei traguardi che ti poni, di chi ti innamorerai, sulla tua felicità e soddisfazione personale.

Come possiamo definire l’autostima?

L’autostima è il risultato dello sguardo che un individuo posa su di se’. E’ una stima, una valutazione, la risposta alla domanda: “Cosa penso di me?”. Esprimiamo continuamente valutazioni su noi stessi e sulle nostre capacità anche se non ce ne rendiamo conto, spesso in maniera veloce ed automatica. E così, a volte quasi come se avessimo un disco nella nostra testa esprimiamo valutazioni e giudizi su ciò che facciamo, diciamo, pensiamo… a volte siamo comprensivi e benevoli, altre volte ancora possiamo essere ipercritici ed eccessivamente giudicanti.

Alcuni autori come ad esempio Alice W. Pope, affermano  che la stima di se’ nasce dal confronto tra ciò che una persona è e l’immagine di ciò che vorrebbe essere.
In questo senso, tanto più il “come siamo” è lontano da il “come vorremmo essere” tanto più ci si sente come persone di minor valore e si prova insoddisfazione nei propri confronti.

In questo caso specifico sperimenteremo una bassa autostima, non saremmo contenti del nostro valore e qualità, avremo paura di sbagliare e di non farcela di fronte alle situazioni nuove. Quando una persona con una bassa autostima sperimenta un insuccesso, associa l’accaduto esclusivamente ad un suo fallimento, ad una sua inadeguatezza mentre quando ha un successo lo sminuisce, lo svaluta, adducendo giustificazioni legate all’esterno, alla fortuna ma non a se stesso ritenuto incapace di veri successi.

Non valutarsi positivamente

Chi non si valuta positivamente tende a impegnarsi poco e a non persistere nei propri sforzi così da aumentare le probabilità di insuccesso. Dall’insuccesso il soggetto riceverà conferme delle proprie autovalutazioni negative con il risultato di una ulteriore diminuzione dell’autostima.

È una persona che si fida poco di se stessa e delle proprie potenzialità, che tende ad essere poco perseverante nelle difficoltà e a scoraggiarsi facilmente.  Si sente poco meritevole di amore e sperimenterà grazie a questi sentimenti una lunga serie di sconfitte seguite da sentimenti d’impotenza e depressione.

Nello sviluppo dell’autostima contribuiscono una serie di fattori differenti, alcuni legati al temperamento con cui si nasce, alla personalità ma anche alle relazioni affettive e sociali che si vivono: l’educazione, i messaggi ricevuti dai nostri genitori, le esperienze fatte nel corso della propria vita. Le valutazioni altrui, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo, assumono un grande potere. Il modo in cui gli altri ci vedono e ci giudicano condiziona la nostra percezione e il nostro giudizio su noi stessi.

Come si riconosce invece una persona con una buona autostima?

Una persona che ha buona autostima, crede in se stessa e nelle proprie potenzialità, è sicura, determinata, e perseverante nelle difficoltà, le cose che le accadono sono le stesse degli altri, anche lei dovrà affrontare situazioni nuove o difficili in cui può provare paura ma non lascia che sia questa a prevalere, prende le difficoltà della vita come sfide da superare, le affronta e va verso i suoi obiettivi. A livello relazionale chi ha una buona autostima, esprime i propri bisogni e preferenze, nel rispetto di se stessa e dell’altro. Per questo motivo, vivrà con maggiore probabilità rapporti sani e gratificanti.

Avere una bassa o alta autostima non è qualcosa di definitivo, qualcosa di immutabile che ci contraddistingue e che dobbiamo accettare. E’ uno stato che dipende dalle nostre esperienze ed è modificabile in qualsiasi momento della nostra vita.

Per migliorare la tua autostima potrebbe essere utile cominciare a lavorare sui seguenti aspetti:

  1. Scoprire quali sono i tuoi valori fondamentali
  2. Riconoscere le tue emozioni e pensieri distruttivi e sostituirli con altri più efficaci e potenzianti
  3. I nostri valori ci aiutano a conservare integra la nostra identità, ci dicono chi siamo, e ci guidano a muoverci nel mondo in maniera coerente.

S.Andreas, uno psicoterapeuta della Gestalt, ha qualificato l’autostima come “la capacità di agire in conformità con i propri valori”. Potremmo definirli come delle vere e proprie “porte di accesso” ai nostri stati emotivi. Quando ci comportiamo in maniera concorde con i nostri valori ci sentiamo soddisfatti, nel momento in cui invece sentiamo di occupare la maggior parte del nostro tempo in attività che riteniamo poco importanti o lontane da noi sperimentiamo frustrazione e delusione. Non è raro sentire di persone che non essendo consapevoli dei propri valori o non riuscendo a viverli perché sovrastati dai doveri o per compiacere gli altri, provano un senso di delusione e vuoto che colmano con comportamenti disfunzionali.

Come capire quali sono i miei valori?

Per capire quali sono i tuoi valori basta chiederti: “Cosa è importante per me?” a volte può bastare questa semplice domanda per iniziare a distinguere quali sono i tuoi valori, capire cosa ti aiuta a vivere con soddisfazione e ciò che è meglio abbandonare perché poco funzionale nella vita.

Conoscere i propri valori, ciò che una persona ha imparato a riconoscere come importante però può non bastare in quanto, non ci dice in concreto cosa dovrebbe accadere perché ad esempio, una persona si senta libera.

Una persona che ha come valore la tranquillità può sentirsi tranquillo quando può dedicarsi ai propri figli. Ma non è detto che sia per tutti così… esistono delle regole o criteri in ognuno di noi, che ci dicono cosa deve accadere per far sì che possiamo sentire l’emozione che vogliamo provare.

Spesso può anche accadere che le persone si costruiscano regole disfunzionali ossia  che producono malessere invece che benessere. Un esempio? Quando affidiamo la possibilità di stare bene a persone al di fuori di noi. “Mi sento amata ogni qual volta che il compagno mi abbraccia” un esempio che molto spesso, se viene ulteriormente approfondito, è il punto di partenza di ulteriori regole stabilite, dove la responsabilità dei nostri stati d’animo viene affidato a qualcosa o qualcuno anziché a noi e questo può essere molto pericoloso in quanto non possiamo avere il controllo sul comportamento altrui.

Il dialogo interno

Avere consapevolezza del tuo dialogo interno è un ulteriore passo per migliorare la tua autostima. Se hai dei pensieri critici riguardo a te stesso, forse hai uno scarso livello di autostima.

Se fai fatica a notare eventuali dialoghi ricorrenti, puoi provare a metterli per iscritto per diversi giorni o per una settimana. Rileggendoli sarà più facile consapevolizzarli. Spesso la voce interiore di una persona con scarsa autostima si manifesta in maniera critica, generalizzando gli errori e emettendo critiche che non si limitano ai comportamenti ma che includono il valore di tutta la persona. Sostituirla con pensieri più positivi sarà il passaggio successivo. In pratica devi prendere la decisione di riformulare ogni pensiero che ti riguarda, lavorando sulle distorsioni cognitive che inconsapevolmente produciamo. Perdonati per essere imperfetto.

Avere una buona autostima

Una persona con una buona autostima conosce i propri limiti, sa che ha dei difetti. Ricordati che anche tu, come chiunque altro, sei un essere umano. Per avere buona autostima non serve essere perfetti. Riuscendo ad accettarti per come sei, seppur sapendo di doverti migliorare in alcuni aspetti, acquisirai maggior fiducia in te stesso.

 

Dott.ssa Simona Di Giulio

Psicologa- Counselor indirizzo pluraistico integrato