counseling

Che cos’è la fibromialgia?

Il termine fibromialgia è composto da tre parole:

  • “fibro” deriva dal greco fibra, proprio ad indicare tutta la struttura fibrosa presente in tendini, legamenti e guaine muscolari;
  • “mi” dal greco muscolo;
  • “algia” dal greco dolore.

Ad oggi la definizione data dalla Comunità scientifica risulta essere questa:

“la fibromialgia è una forma di reumatismo extra-articolare generalizzato, caratterizzato da dolori cronici, rigidità, astenia, nonché da tensione a carico dei muscoli, dei tessuti peri-articolari e delle inserzioni tendinee; si accompagna ad una aumentata e spiccata sensibilità dolorosa in siti anatomici specifici, definiti tender-point”.

Quali sono le possibili cause dell’insorgenza della malattia?

Le possibili cause di questa patologia così ancora sconosciuta, sono diverse e anche gli stessi esperti sono di opinioni contrastanti. Per altre patologie le cause si vanno a ricercare attraverso esami specifici eseguiti in laboratorio purtroppo per la fibromialgia non esiste ancora un esame preso in considerazione che possa aiutare gli esperti.  Nell’insorgenza di questa malattia sembrerebbero entrare in gioco diverse variabili.

 

Variabili psicologiche:

l’aspetto emotivo legato al dolore è sicuramente una componente fondamentale in quanto contribuisce alla creazione del vissuto esperienziale del paziente in termini di associazioni emotive a situazioni e eventi passati che generano risposte ad un comportamento presente. Le variabili psicologiche più note e osservate in pazienti fibromialgici sono rappresentate da una serie di credenze sull’esperienza del dolore, la percezione dell’autoefficacia che il paziente ritiene di avere, le risposte emotive associate, le strategie di coping e alcune variabili di personalità. Questi aspetti sono notevolmente importanti, in quanto ogni persona in base all’esperienza avuta metterà in atto determinati comportamenti di risposta all’evento doloroso e cronico. Potremmo quindi trovare persone che conducono la loro vita normalmente come se nulla fosse accaduto, perseguono obiettivi, continuano ad andare al lavoro mantenendo stabili le loro relazioni sociali; mentre potremmo trovare persone che lasciano le attività lavorative, si chiudono in un guscio emotivo di protezione lasciando che anche i rapporti sociali si deteriorino.  Quest’ultime persone solitamente hanno un basso senso di autoefficacia, si sentono non capaci di fronteggiare il dolore e di mettere in atto una serie di strategie di coping che potrebbero essere salvifiche. Questa situazione genera nel paziente frustrazione, umore tendente al depresso e un generale pensiero di catastrofizzazione. Il pensiero catastrofico è un pensiero negativo che porta il paziente a interpretare ogni evento della sua vita come un evento drammatico, tendendo a giudicare l’esperienza del dolore percepito come un’esagerazione, accompagnandolo ad una sensazione di impotenza in quanto il dolore non sembra poter essere controllato. Il paziente centra tutta la sua attenzione sull’esperienza dolorosa dando origine così ad un’amplificazione del dolore stesso, se si sposta l’attenzione su altri aspetti della vita l’esperienza di dolore viene percepita come meno intensa. Rabbia e stress contribuiscono alla tensione muscolare, quindi saper gestire le proprie emozioni, saperle riconoscere e poterle comunicare, sembrerebbe essere una buona soluzione per diminuire il dolore. Traumi e strategie di coping disfunzionali sono associati ad un umore negativo e altalenante da stati depressivi a lievi riprese del tono dell’umore.

Variabili di personalità:

queste variabili potrebbero essere definite in parole più semplici anche come i tratti caratteriali che una persona mostra di avere. Ad oggi non è stata ancora identificata una personalità fibromialgica, ma si sono notati diversi tratti comuni. I pazienti fibromialgici sembrerebbero essere persone con: bassa autostima e senso di autoefficacia, mancanza di assertività dando precedenza ai bisogni degli altri, scarsa conoscenza e identificazione delle emozioni, eccessivo bisogno di riconoscimento e consenso da parte degli altri, tendenza ad andare incontro ad esperienze di stress emotivo, difficoltà nel provare emozioni positive, elevato senso del dovere.

Variabili socioculturali:

la rete sociale del paziente fibromialgico è fondamentale perché può contribuire ad alleviare o migliorare i sintomi. Il contesto famigliare non deve né sostituirsi al paziente nei compiti famigliari né deresponsabilizzarlo. Dovrebbe essere di supporto, contribuendo anche sul piano affettivo ed emotivo aiutandolo ad esternare il proprio vissuto, cercando di rendere il suo pensiero meno catastrofico dando una chiave di lettura positiva, motivandolo al raggiungimento di obiettivi chiari e misurabili, in modo da poter aumentare il senso di autoefficacia. Anche il contesto lavorativo può influenzare notevolmente l’andamento della percezione del dolore. Un ambiente stimolante porterà al raggiungimento di obiettivi che contribuiranno all’aumento dell’autostima del paziente. Un ambiente ostile, contribuirà ad aumentare il senso di frustrazione e incapacità. Il modello bio-psico-sociale a contribuito all’analisi di queste variabili, che hanno permesso di porre attenzione non soltanto alla malattia in termini medici di causa-effetto, ma di una visiona più ampia che abbraccia l’individuo nella sua totalità, nella quale ogni parte, variabile, può contribuire al vissuto di malattia e anche all’insorgenza della stessa.

 

Come può quindi un percorso di Counseling aiutare un paziente con diagnosi di fibromialgia?

 

La fibromialgia deve essere considerata in un’ottima integrata mente e corpo. Il counseling umanistico integrato è una relazione d’aiuto e di sostegno emotivo che si occupa di salutogenesi, considerando il cliente come un’unione tra mente e corpo. Mira a rispondere a bisogni specifici dell’individuo aiutandolo a porre obiettivi misurabili e raggiungibili in poco tempo relativi ai diversi ambiti della vita. Valorizza le risorse positive dell’individuo, andando a lavorare su una buona consapevolezza di sé e accettazione delle difficoltà tramite la gestione e il riconoscimento delle proprie emozioni. Aiutando il proprio cliente ad aumentare il proprio senso di autoefficacia ed autostima.

 

Quali altri interventi possono essere efficaci per un paziente fibromialgico?

 

Molto efficace si è dimostrata anche la terapia cognitivo-comportamentale che andrebbe a lavorare su schemi interni appresi dal paziente sin da quando era bambino, modificandoli e aiutandolo nel riconoscimento degli stessi al fine di migliorare la propria qualità di vita. Oltre ai vari percorsi a carattere psicologico essendo una patologia che unisce la mente e il corpo vanno sicuramente considerate come terapie efficaci: sia quella farmacologica rispetto ad antidolorifici, miorilassanti e via dicendo così come fisioterapia, yoga e tecniche di rilassamento.

 

“Quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene. Quando sarai stato ascoltato ed udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo ed andare avanti. E sorprendente il modo in cui problemi che sembravano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ti ascolta”

Carl Rogers

 

Dott.ssa Sharon Di Nardi

Counselor, Laureata in psicologia, Tutor DSA

 

 

FONTI UTILIZZATE

JOHANN A. BAUER, Fibromialgia, Napoli, Edizioni scientifiche Italiane,2009.

ANDREA GRIECO, fibromialgia finalmente buone notizie, Nuove Esperienze, Pistoia 2019.

CIRO CONVERSANO; LAURA MARCHI, Vivere con la fibromialgia, Trento, Erikson, 2018.

FEDERICA M.- ROCCO ALDO L., Mi ascolto, Mi ascolti, MARP EDIZIONI, 2019.

 

 

 

In questo articolo voglio porre l’accento su quanto sia importante lo stile di comunicazione che utilizziamo quando ci mettiamo in relazione con l’altro. Alle volte, il nostro modo di comunicare può generare comportamenti indesiderati, che ci creano disagio e frustrazione. Ciò che ci può sembrare così scontato e banale, come l’atto comunicativo, in realtà se utilizzato in una maniera efficace può aiutarci nelle nostre relazioni interpersonali. Ti sei mai chiesto quanto la modalità, il canale, e la mimica facciale possano influire sul tuo modo di comunicare e di essere percepito dall’altro? Ti è mai capitato di sentirti non compreso dall’altro? Andiamo a vedere prima di tutto cosa significa comunicare.

Cosa significa letteralmente la parola comunicare?

Dal latino “communis=Mettere in comune”

E’ il processo attraverso il quale vengono scambiati messaggi tra più individui. Presuppone quindi il fatto che ci debba essere almeno un emittente, cioè colui che produce il messaggio e almeno un ricevente, cioè colui che riceve e percepisce il nostro messaggio.  E’ dunque un codice linguistico comune, che può variare da cultura a cultura.

Come cambia il nostro modo di comunicare?

Il nostro modo di stare in relazione e di comunicare non è mai uguale, nei contesti e nelle relazioni: ognuno di noi ha un proprio modo di stare in relazione. Nel tempo è stato osservato che ciascuno di noi quando si mette in relazione con l’altro utilizza molto spesso la stessa modalità comunicativa. Sono stati individuati tre principali stili comunicativi: lo stile passivo, lo stile aggressivo e lo stile assertivo.

Stile Passivo

Lo stile passivo rappresenta una modalità comunicativa in cui l’interlocutore fa difficoltà ad esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri. Generalmente chi adotta in maniera frequente e ripetuta questo stile comunicativo, crede che il pensiero e le idee dell’altro siano migliori delle proprie, teme il giudizio dell’altro qual ora esprimesse i propri pensieri, poiché li giudica come privi di valore. “Ciò che io penso non conta” “Quello che pensa l’altro è più importante di ciò che penso io”. All’interno di una relazione tendono ad accettare passivamente le decisioni altrui per evitare conflitti. Questo stile comunicativo se utilizzato in maniera costante può generare nell’individuo frustrazione, senso di non accettazione, bassa autostima, paura e ansia che sfociano in relazioni disfunzionali caratterizzate da un senso di inadeguatezza generale dell’individuo.

Stile Aggressivo

Lo stile aggressivo è invece caratterizzato da un egocentrismo generale, si tende a considerare i propri pensieri emozioni e bisogni più importanti di quelli dell’altro. In una relazione comunicativa chi adotta questo stile risulta spesso fuori luogo, prevarica l’altro senza spiegazione, fa valere i propri diritti in maniera disfunzionale e troppo autoritaria. Si ha la convinzione che il proprio pensiero sia sempre quello giusto, non si può scendere a compromessi e generalmente si tende a sottomettere l’altro. Spesso chi adotta in prevalenza questo stile comunicativo si mostra ostile verso il pensiero dell’altro, non lascia spazio a altre idee, questo perché è mosso dalla convinzione che se non si pone in questa maniera l’altro può approfittare di lui e lo può prevaricare.  Questo stile  può portare ad un allontanamento e ad un’esclusione di queste persone dalle reti sociali.

Lo Stile Assertivo

Lo stile assertivo, è lo stile comunicativo più efficace. Le persone che adottano questa modalità sono in grado di far valere i propri diritti senza prevaricare o far sentire giudicato l’altro. Sono disponibili a raggiungere compromessi senza sottomettersi, riescono a far valere la loro opinione in maniera autentica. Pensano che il loro pensiero abbia valore ma non più valore o meno valore di quello dell’altro. Hanno una buona autostima, riescono a raggiungere relazioni e comunicazioni funzionali, aumentando il loro senso di autoefficacia rispettando i diritti dell’altro anche quando non riescono ad ottenere ciò che vorrebbero.

Dott.ssa Sharon Di Nardi

Laureata in scienze e tecniche psicologiche

Counselor a indirizzo umanistico integrato